LA TABERNA
La taberna era una sorta di ristorante o
trattoria, tipicamente dotata di una sola stanza con volta a botte. La taberna nacque inizialmente come
deposito ed era, in genere, la bottega degli artigiani, aperta verso la strada;
si passò poi alle tabernæ vinarie e a
quelle che si specializzarono nella consumazione del vino e del pasto. Quel che
contava nella taberna era conservare
la merce pronta per la vendita e sostenerla durante l'atto dell'acquisto. Si
dava al cliente la possibilità di scegliere con calma le merci. Le tabernæ sono documentate
archeologicamente per la presenza di insegne, di buona fattura, inserite nella
facciata delle insulæ che segnalavano
la presenza del venditore. In definitiva, le tabernæ avevano un bancone di pietra, con cinque o sei contenitori
murati, rivolti verso la strada; accanto al banco vi era un fornello con una
casseruola piena di acqua calda; nel retro c'erano la cucina e le sale per la
consumazione. Avevano una finestra in alto che dava luce al soffitto in legno del
deposito ed un grande vano di apertura sulla strada. Al di fuori si trovavano
mensole, casse, tavolini, cuscini,ecc...; l'arredamento della bottega non
comprendeva altro, se non particolari di ornamentazione. Vi si vendevano
prodotti agricoli o artigianali come frumento, pane, vino, oltre a cesti, vasi,
bronzi, pentole, vetri e gioielli. Il genere prodotto o venduto era indicato
sulla facciata dell'edificio con un dipinto o con una placca in argilla a
rilievo. Le tabernæ erano gestite in
genere da liberti ma vi lavoravano anche gli schiavi, oppure in luoghi pubblici
come mercati e fori, con grossi volumi di affari.
Come oggi i negozi dei quartieri popolari erano più scarni, ma nei quartieri più ricchi, con prodotti più costosi, davano il meglio di sé e facevano parte dell'arredamento delle tabernæ le insegne e la decorazione, sia pittorica che scultorea, oltre agli scaffali, gli armadi, i forzieri, i tavolini, le sedie, i tappeti e le tende. A volte le tabernæ avevano nomi fantasiosi, come Felix Fenix che giocava sull'assonanza delle due parole (fenice felice). Alcune strade prendevano il nome proprio dalle botteghe specializzate nella vendita di determinati prodotti. Le aperture dei negozi erano essenzialmente di due tipi, o ad apertura intera, o con un bancone sull'entrata del negozio su cui si poggiava la merce, una specie di vetrina dietro cui spesso, per esporre di più, si poggiava un tavolo dove si aggiungeva la mercanzia, che lasciava libero il passaggio per una stretta porta. Questo tipo di vetrina persisté in tutto il medioevo e oltre.
Come oggi i negozi dei quartieri popolari erano più scarni, ma nei quartieri più ricchi, con prodotti più costosi, davano il meglio di sé e facevano parte dell'arredamento delle tabernæ le insegne e la decorazione, sia pittorica che scultorea, oltre agli scaffali, gli armadi, i forzieri, i tavolini, le sedie, i tappeti e le tende. A volte le tabernæ avevano nomi fantasiosi, come Felix Fenix che giocava sull'assonanza delle due parole (fenice felice). Alcune strade prendevano il nome proprio dalle botteghe specializzate nella vendita di determinati prodotti. Le aperture dei negozi erano essenzialmente di due tipi, o ad apertura intera, o con un bancone sull'entrata del negozio su cui si poggiava la merce, una specie di vetrina dietro cui spesso, per esporre di più, si poggiava un tavolo dove si aggiungeva la mercanzia, che lasciava libero il passaggio per una stretta porta. Questo tipo di vetrina persisté in tutto il medioevo e oltre.
THERMOPOLIUM
Il thermopolium era un luogo di ristoro
dell’antica Roma, dove era possibile acquistare cibi pronti e caldi per il
consumo in loco, poiché i romani usavano pranzare fuori casa. Esso era
costituito da un locale aperto sulla strada di piccole dimensioni con un
bancone in muratura, decorato da lastre marmoree, nel quale erano incassate
grosse anfore di terracotta (dolia),
utili per contenere le vivande. Talvolta c’erano ambienti retrostanti dove ci
si poteva sedere e consumare il pasto, probabilmente avevano una funzione
simile ai moderni fast-food. Il vocabolo ha origine greca, thermopolium, che letteralmente significa spaccio di caldo (o di cose
calde). I cibi che venivano serviti non di rado erano raffigurati in
pitture murali, all’interno e anche all’esterno del locale. Si trattava di
legumi, verdure, uova, olive, cipolle, spiedini di carne, salsicce,
cacciagione, pesci, formaggi, frutta secca o di stagione, focacce e dolci.
THERMOPOLIUM
DI ASELLINA
Il Thermopolium di Asellina, per la mescita
di bevande calde e fredde, cibi cotti è fornito di stanze al piano superiore
per consumare rapporti sessuali. Nel corso delle operazioni di scavo tutte le
suppellettili sono state ritrovate al proprio posto: c’erano anfore per il
vino, un imbuto, una lucerna di forma fallica che illuminava il banco e teneva
lontano il malocchio e persino una pentola ancora sul fornello. Alcuni graffiti
trovati sulle pareti fanno pensare che Asellina, oltre a rifocillare gli
ospiti, procurasse anche fanciulle che offrivano loro compagnia; poiché a
Pompei arrivava gente da tutto il bacino del Mediterraneo, l’astuta
proprietaria si era procurata probabilmente fanciulle straniere, in modo che i
clienti esteri si trovassero a proprio agio con belle conterranee.
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